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Joan Baez, l'America che amavamo (E che amiamo ancora)
All’Hydrogen Festival di Piazzola sul Brenta torna a brillare la stella di Joan Baez

Sergio Bevilacqua

Joan Baez. A lei è stata dedicata l’inaugurazione di un sontuoso ciclo di concerti destinati a tutte l’età, a miti dell’oggi come del passato, immancabili però tutti all’esperienza di giovani e meno giovani. Un ciclo conclusosi da pochi giorni ma da ben ricordare per l’anno venturo. Joan Baez, l’usignolo di Woodstock, continua a incantarci. Ma non è più come negli anni settanta, quando le sue note, acute, gorgheggiate, sentimentali, disperate, pulite dentro, e tanto tanto umane, ci scuotevano per la via del suono come per la via della mente ci scuotevano Allen Ginsberg e Gregory Corso, Jerry Rubin e Herbert Marcuse… Joan, quell’America che giocava il suo grandioso successo internazionale tentando la carta di un nuovo Iper-Umanesimo, che si opponeva al potere delle armi (le sue!), che criticava i costumi borghesi falsi e alienati (i suoi!), che odiava la menzogna, Joan Baez è ancora come allora. Ho avuto modo di avvicinarla e di scambiare alcune battute: era stanca, provata da un lungo concerto con 7 o 8 bis a cui non riusciva a sottrarsi, ma il suo cuore aveva ugualmente la forza di rispondere quando ricordavo Julian Beck e di Judith Malina (il mitico Living Theatre), Bob Dylan e Cat Stevens. Alla fine di ogni domanda rispondeva “I go to sleep…”, vado a dormire, ma poi continuava a donare senso, con quella schiettezza che solo gli anni settanta hanno potuto produrre nell’umanità, fatta di orgoglio della sincerità e di forza della proposta, di sicurezza della via e di alcune battaglie vinte.Ma di una guerra persa.  Non dentro. Lì i grandi degli anni settanta, non tutti conosciuti, hanno mantenuto un marcia in più. Sanno di aver generato quasi tutta la semiologia moderna, sono a cavallo di tutto ciò che è accaduto dopo, anche se ormai con una certa stanchezza anagrafica (alcuni “…shell overcome” supereranno i settanta ancora una volta ma di età, come Joan). Qual’era quell’Iper-Umanesimo? È stato spesso sintetizzato e volgarizzato da tre parole che scriverò soltanto dopo averne disvelato i veri contenuti e non il senso trito e consumistico che hanno acquisito dopo.

La prima delle tre è una parola che aveva all’epoca il senso della libertà e della scoperta, onesta e pulita, del contatto fisico come veicolo di conoscenza e di affetto; le donne ne erano paladine; la sua schietta valorizzazione conduceva a prendersi per mano, la sua pratica a fare l’amore e non la guerra, per un ideale di non-violenza che vedeva vicini gli ideali cristiani, liberali, socialisti, buddhisti e anarchici. Mai sesso, quindi, se non come canale di ulteriore amore. La seconda delle tre è una parola che rappresentava lo sforzo di sollecitare la mente affinché trovasse nuove strade per comporre l’umano. Non erano le sostanze ciò a cui si alludeva: era il viaggio alla ricerca di nuovi orizzonti, che non strappassero con l’attualità ma la arricchissero di nuovi progetti, un viaggio nella religiosità orientale finalmente vicino, nella fantasia, nella sensorialità, nell’arte dalle nuove forme, nella socialità coraggiosa. Mai droga, quindi, bensì viaggio “governato” verso nuovi orizzonti che dessero la possibilità di scardinare il materialismo becero e ridare forza allo spirito dell’uomo, intontito dalla logica del conflitto e dalla sua violenza.

La terza parola era un emblema della difficoltà dei nostri sensi a mantenersi lucidi nel frastuono della modernità coatta e contaminatrice. Coprire il rumore dei motori con la una musica che fosse più forte delle macchine, da pace o da guerra ma pur sempre macchine, che annebbiavano l’interesse all’umano, soverchiandolo con lavoro alienato, con un quotidiano astratto. Un’estrema difesa fatta di pietre che rotolano rumorosamente, rock and roll. Tutto ciò lo dobbiamo ai fratelli americani, che sono stati e sono ancora per noi compagni di percorso nella “guerra” per la pace. E ce ne sono ancora tanti che, per fortuna, la vedono così.Joan Baez mi era vicina negli anni settanta, proprio come l’ho avuta pochi giorni fa. Che importa che fosse oltreoceano… La sentivamo dentro perché non era colonialista, né militarmente né culturalmente. Perché aveva dentro quel collettivismo hippy generoso e non violento che confinava col messaggio cristiano, perché insieme agli altri difendeva i deboli e gli oppressi, perché era critica con le guerre che continuavano senza soluzione e che si chiamavano Corea e poi Vietnam…Abiti di femminile, politica semplicità allora, coi capelli lisci neri naturali e le mani dalle dita lunghe al lavoro sule corde della chitarra. Oggi sale e pepe naturali, le stesse mani ma vissute sulle stesse corde della chitarra, la stessa schiettezza e presenza a noi. Nessun invecchiamento. Un simbolo di un progetto iper-umano non sopito che non si è ossidato. E che verrà buono per il futuro, a tutti gli uomini di buona volontà.

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